Dal Veneto alla Sicilia sono state almeno trenta, negli ultimi diciotto mesi, le procure della Repubblica che hanno aperto un fascicolo sulle morti probabilmente provocate dal coronoravirus, con particolare attenzione  a quelle avvenute nelle residenze sanitarie assistite. Le inchieste, puntualmente annunciate dai media italiani sin dall’aprile del 2020, sono finalizzate alla verifica di ipotesi di reato di omicidio colposo ed epidemia colposa.

“Queste riflessioni – spiega l’avvocato Angelini – si rendono necessarie soprattutto in riferimento alla condizione dei soggetti ricoverati da lungo tempo all’interno di una stessa struttura sanitaria e che abbiano contratto il virus durante la degenza. In questi casi appare evidente ad una prima sommaria analisi che la infezione di tali soggetti non possa che essere avvenuta all’interno della struttura, pubblica o privata che sia, prospettando precise responsabilità per non aver tutelato e protetto la salute dei malati cosi vulnerabili”.

Torna dunque più che mai attuale il tema delle infezioni ospedaliere cioè quelle insorte nel corso di un ricovero , non manifestate clinicamente né in incubazione al momento dell’arrivo in nosocomio e che si rendono evidenti solo qualche giorno dopo il ricovero. “La domanda ricorrente – precisa il legale romano di piazza Adriana – anche per la magistratura al lavoro è sempre la stessa : erano adeguati gli strumenti di protezione ( mascherine, tute, dispositivi vari ) e soprattutto le linee di condotta decise dalle strutture sanitarie”.

La materia come è noto è regolata dalla legge Gelli del 2017 che ha profondamente riformato la materia della responsabilità sanitaria, sancendo in capo alla struttura sanitaria una responsabilità di tipo contrattuale, da cui discende una particolare attenzione alla gestione del rischio. “ Questo significa – dice ancora Angelini – che la struttura sanitaria dovrà dimostrare di aver adottato un modello organizzativo finalizzato ad evitare o ridurre il rischio di insorgenza di questo tipo di infezioni oppure di dimostrare la inevitabilità dell’evento. In pratica è l’adozione di specifici modelli organizzativi finalizzati alla riduzione dei rischi costituisce la prova liberatoria dell’adempimento della obbligazione scaturente dal contratto di ospedalità. Questa riflessione è al centro del dibattito sulla presunte nella diffusione del covid 19 in ambiente ospedaliero. Certo l’epidemia ed il contagio erano eventi del tutto imprevedibili ed inevitabili specie dopo lo stato di allerta manifestatosi a fine gennaio e certificato il 22 febbraio da una prima circolare del Ministero della Salute,  che segnalavano , in mancanza di un vero e proprio piano anti pandemia che in Italia latitava da decenni,  alcune norme tecniche per evitare che si manifestassero precise responsabilità. Sono state rispettate, ed erano adeguate?  Questa è la riflessione di fondo”.

Con riferimento al Covid 19 ovviamente bisognerà valutare ogni singolo caso e riflettere non solo sui rischi per il paziente ma anche per quanti, molti sono stati veri eroi, fra medici ed infermieri hanno pagato un tributo altissimo in una situazione di grande confusione. “ Ed in questo caso per il personale sanitario – a mio parere conclude Angelini – il Covid 19 e’ quanto meno da considerare come un grave infortunio sul lavoro che le strutture sanitarie avevano il dovere di prevenire.”    

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